Il
curatore mainstream non seleziona, esegue.
Replica
ciò che il mercato ha già applaudito, scambia la sicurezza per
gusto e chiama successo quello che è “usato sicuro”.
Non è
una figura neutrale. È un filtro tarato sul passato, uno strumento
di conferma che si spaccia per strumento di scoperta. Entra in una
mostra sapendo già cosa vuole trovare e lo trova, puntualmente,
perché ha imparato a non cercare altro.
Il suo
rapporto con la fotografia è quello di chi conosce la grammatica ma
ha smesso di leggere: riconosce la forma corretta, la sintassi
attesa, il nome che già circola. Ignora, o peggio teme, tutto ciò
che non ha ancora un prezzo, una fiera, una recensione alle spalle.
Il rischio lo chiama leggerezza.
Così le
mostre si assomigliano. Le pareti respirano la stessa aria. Gli
stessi nomi tornano, le stesse estetiche si sedimentano in un canone
che nessuno ha davvero scelto ma che tutti continuano a officiare,
con il piglio solenne di chi crede di stare tramandando cultura
mentre sta soltanto perpetuando un riflesso condizionato.
La vera
tragedia non è la mediocrità, quella è ovunque e si sopporta. Gran
parte dei curatori, anche famosi, sono mediocri. La vera tragedia è
la buona coscienza con cui viene esercitata. Rischiando di affogare
nella “ripetizione dell'uguale”.